Un sistema mediatico in stato di crisi
Quando si chiede agli italiani come descriverebbero l'informazione di oggi, le risposte che tornano più spesso sono due: "condizionata" (31,5%) e "inattendibile" (21,7%). Parole che pesano, e che raccontano qualcosa di più di una semplice insoddisfazione.Come ha sottolineato il segretario generale del Censis Giorgio De Rita nella sua introduzione: "L'informazione costa. Costa pagare giornalisti, strutture, impianti. Quello a cui stiamo assistendo è una crescita al ribasso e bassi contratti dei giornalisti. Il rischio è di appiattirci, adeguarci a meme o reel, che hanno poco costo".
Il contesto internazionale pesa moltissimo su questo scenario: nel solo 2025, 129 giornalisti hanno perso la vita sul campo, un dato che il Rapporto definisce tra i più drammatici dell'intera analisi. L'informazione, si legge nel documento, è "nel mirino" non solo perché diventa bersaglio fisico nei conflitti armati, ma anche perché è "apertamente imputata dall'opinione pubblica di partigianeria e perdita di indipendenza".
La dieta mediatica degli italiani: saturazione digitale e crollo della carta
Sul fronte dei consumi mediatici, il 2025 fotografa un paese in cui il digitale ha ormai raggiunto la saturazione. Gli utenti di internet si attestano al 90,4% (+0,3% rispetto al 2024), in sostanziale sovrapposizione con gli utenti smartphone (90,3%) e social network (86,2%). La crescita si è quasi fermata.
La televisione resta il mezzo preferito dagli italiani con il 93,2% di utenza complessiva, ma la sua forma cambia: la tv tradizionale perde 3,6 punti percentuali e scende al 79,5%, mentre la web tv sale al 62,0% e la mobile tv al 38,6%. La radio si conferma stabile al 78,4%.
Il quadro più critico riguarda la carta stampata: i quotidiani cartacei a pagamento toccano il minimo storico del 21,0%, con un calo di 46 punti percentuali rispetto al 2007. Scendono anche i siti web di informazione (-4,3%, al 56,7%). Una tendenza di lungo periodo che sembra inarrestabile.
Una nota positiva, invece, arriva dai libri: nel 2025 riprende il trend di crescita dei lettori, con il 42,4% degli italiani che ha letto almeno un volume cartaceo (+2,3%).
Reel, meme e nuove gerarchie dell'informazione
Quasi uno su cinque li trova più immediati di un telegiornale, uno su otto più coinvolgenti. E i meme? Più di un italiano su cinque che usa i social ha scoperto una notizia proprio così, scorrendo un'immagine ironica nel feed. Curioso, considerando che oltre un terzo degli utenti ammette di non sapere bene cosa sia un meme — percentuale che tra gli over 64 sale a quasi sei su dieci.
Le fonti più usate restano i telegiornali (43,9%), seguiti da Facebook (33,1%) e dai motori di ricerca (23,2%). Ma l'abitudine di fidarsi ciecamente è finita: sei italiani su dieci cercano di evitare i media più seguiti, due su tre controllano le notizie prima di crederci, e altrettanti si muovono attivamente alla ricerca di temi che i grandi media sembrano ignorare.
Giovani e social: il primo storico calo
Non era mai successo. Da quando esistono i social, i giovani li avevano sempre usati di più, anno dopo anno. Nel 2025, per la prima volta, la tendenza si inverte: tra i 14 e i 29 anni calano Instagram, YouTube, perfino TikTok — che comunque regge meglio degli altri. L'unico intoccabile resta WhatsApp, che sfiora il 90%.
Non è un crollo, è un segnale. E si somma a qualcosa che riguarda tutte le età: quasi quattro italiani su dieci hanno sentito il bisogno di staccarsi dai social almeno per un po'. Pochi però lo fanno davvero con continuità — uno su sei, non di più.
Le community come alternativa informativa
Cresce il ruolo delle community digitali come ambiente informativo alternativo ai media ufficiali. Il 17,9% degli italiani dichiara di far parte o aver fatto parte di una community digitale — con una prevalenza tra i 45-64enni (21,1%), le donne (19,4%) e le persone con diploma o laurea (20,5%). Il 38,4% ne ha percepito un impatto positivo sulla propria vita, mentre solo il 6,9% riferisce un effetto negativo.
Il 52,2% impiega i social per trovare interpretazioni indipendenti delle notizie, e il 49,1% segue autori specifici perché condividono la stessa visione del mondo. Solo il 25,5% paga per avere informazione indipendente.
L'intelligenza artificiale nell'informazione: diffidenza maggioritaria
Il capitolo sull'intelligenza artificiale rivela una diffidenza ancora maggioritaria tra gli italiani. Il 61,6% non si sentirebbe a proprio agio nell'informarsi attraverso un mezzo interamente generato dall'IA. I motivi principali: il timore di disinformazione e fake news (34,8%) e il valore ancora attribuito ai contenuti prodotti da esseri umani (26,8%).
Tuttavia, una quota significativa (38,4%) si dice favorevole: di questi, il 30,1% accetterebbe contenuti generati dall'IA a patto che siano supervisionati da persone in carne e ossa, mentre solo l'8,3% si fiderebbe di un sistema completamente autonomo.
Sul versante produttivo, il Rapporto ricorda che le aziende europee del settore informazione e comunicazione sono le più attive nell'adozione dell'IA (62,5%), in particolare per l'analisi e l'elaborazione del linguaggio scritto.
Conclusioni: un'informazione da ricostruire
Il 21° Rapporto Censis sulla Comunicazione restituisce l'immagine di un sistema informativo italiano sotto pressione da più direzioni: la crisi economica dei media tradizionali, la perdita di fiducia dell'opinione pubblica, la frammentazione dell'ecosistema digitale, la minaccia fisica ai giornalisti nel mondo, e l'impatto ancora incerto dell'intelligenza artificiale.
Il messaggio di fondo è però anche un appello: investire nella qualità dell'informazione, sostenere il giornalismo professionale e costruire modelli economici sostenibili è una necessità non solo per i media, ma per la democrazia stessa. Come recita il titolo del Rapporto, l'informazione è "nel mirino" — e starà al sistema nel suo complesso decidere se uscirne più forte o più debole.