La guerra invisibile sotto lo stretto di Hormuz


Trentatré chilometri di larghezza. Trentadue metri di profondità media. Lo Stretto di Hormuz è un imbuto geografico che il mondo intero non può permettersi di perdere: quasi un quinto della produzione mondiale di petrolio vi transita ogni giorno. Ma sui fondali di quello stesso stretto, deposti silenziosi tra la sabbia e il fango del Golfo Persico, corrono cavi in fibra ottica da cui dipende l'economia digitale globale.

L'agenzia di stampa iraniana Tasnim, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, ha pubblicato una mappa dettagliata di questi sistemi sottomarini, identificando almeno sette grandi dorsali di comunicazione che attraversano lo stretto. Il messaggio era tutt'altro che velato: la spina dorsale digitale della regione è nel mirino di Teheran.


«Se diversi cavi principali venissero tagliati contemporaneamente, si abbatterebbe una catastrofe digitale sui Paesi del Golfo.» — Agenzia Tasnim, aprile 2026


I cavi nel mirino

I sistemi identificati — AAE-1, FALCON, TGN-Gulf, C-Me-WE e Gulf Bridge International — collegano Emirati Arabi, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein e Qatar ai principali hub digitali di Europa, Asia e Africa. Tutti posati nelle acque dell'Oman, evitando quelle iraniane per ragioni diplomatiche: una scelta che li concentra in un corridoio strettissimo, senza alternative di rerouting.

Secondo un'analisi di TeleGeography, un singolo incidente — un'ancora, un detrito marino, un atto deliberato — potrebbe danneggiare più sistemi contemporaneamente. Le navi di riparazione devono inoltre ottenere autorizzazioni governative per entrare nell'area e restare ferme durante gli interventi, esponendosi a qualsiasi ambiente ostile. Nel Golfo è disponibile una sola unità di riparazione.

Il precedente del Mar Rosso

Non è la prima volta che una crisi geopolitica minaccia i cavi sottomarini. Nel 2024, un attacco missilistico Houthi nel Mar Rosso danneggiò accidentalmente tre sistemi in fibra ottica, causando mesi di interruzioni. Quel precedente pesa oggi su Hormuz con tutta la sua gravità.

I rischi di guerra hanno già bloccato la costruzione di nuovi cavi nel Golfo Persico. Meta e i suoi partner hanno sospeso i lavori su 2Africa Pearls; il progetto SMW6 Gulf Extension, già rinviato al 2027, è ora in bilico. Il Golfo si è trasformato da promettente corridoio digitale in zona di conflitto attiva.

Un attacco da cui nessuno è al sicuro

Le conseguenze di un taglio simultaneo dei cavi non si fermerebbero al Golfo. Internet subirebbe rallentamenti e interruzioni in Europa, Africa e Asia. I mercati finanziari globali dipendono da queste dorsali per trilioni di transazioni quotidiane. Come avverte lo Stimson Center: «Il danno ai cavi non causerebbe solo blackout Internet nella regione, ma gravi problemi economici in Europa, Africa e Asia.»

Da un lato c'è un'escalation visibile, fatta di attacchi e blocchi navali. Dall'altro una guerra invisibile, combattuta sul fondo del mare. E le conseguenze, in caso di escalation, potrebbero colpire chiunque abbia una connessione internet.

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