Negli ultimi mesi il tema della sovranità digitale è entrato stabilmente nel dibattito pubblico italiano, tra convegni parlamentari, pacchetti normativi europei e annunci di investimento nei data center. Ma dietro gli slogan si nasconde un problema che pochi affrontano con la dovuta urgenza: senza energia abbondante, stabile e a costi competitivi, ogni ambizione di autonomia tecnologica rischia di restare sulla carta.
Alla Camera, durante il confronto sui data center, Urso ha buttato lì un dato che dice molto: nel 2030 la domanda globale di potenza di calcolo sarà tripla rispetto ad oggi, e a mangiarsene la fetta più grossa sarà l'IA, quasi il 70%. In Italia intanto si è già speso parecchio - oltre 7 miliardi tra il 2023 e il 2025 - e per il prossimo triennio ne sono stati promessi altri 25. Sulla carta sembra un boom. Poi però arriva il problema vero. I data center italiani, quelli del cluster FLAP soprattutto, hanno ancora un gap infrastrutturale che le sole norme più semplici non bastano a colmare. Qui la partita si gioca sull'energia: senza soluzioni credibili per arrivare a potenze vicine al gigawatt, quei 25 miliardi rischiano di restare solo un annuncio.
Il paradosso è evidente quando si guarda al carico di lavoro dell'IA. I modelli fondativi hanno bisogno di un'alimentazione costante, operativa ventiquattr'ore su ventiquattro, un baseload che si concilia male con l'intermittenza tipica di eolico e fotovoltaico. Un'analisi diffusa nelle scorse settimane ha descritto questa tensione come un limite quasi termodinamico: si può costruire tutta l'infrastruttura digitale che si vuole, ma se manca l'energia per farla funzionare in modo continuo, la sovranità resta dimezzata. E una sovranità dimezzata, nell'economia digitale di oggi, finisce per essere semplicemente un'altra forma di dipendenza, magari meno visibile di quella dai fornitori cloud statunitensi ma altrettanto concreta.
C'è poi un rischio ulteriore, segnalato da chi guarda al tema da una prospettiva di sostenibilità: costruire capacità di calcolo sovrana alimentandola parzialmente a gas, o raffreddando i server sottraendo acqua a territori già in condizioni di stress idrico, non risolve il problema di fondo. Significa solo sostituire una dipendenza – quella dalla giurisdizione statunitense – con un'altra, quella da risorse scarse come energia e acqua. Il rischio, già osservato in altri contesti, è che i costi energetici e idrici di questa espansione ricadano sui territori senza adeguata compensazione, generando opposizione locale indipendentemente dalla bontà strategica dell'obiettivo.
Sul fronte normativo qualcosa si muove. Il decreto-legge del 20 febbraio 2026 ha introdotto un procedimento autorizzativo unico per i progetti del settore, ma secondo alcune valutazioni di settore ha finito per generare un nuovo imbuto procedurale, vincolando le opere civili all'ottenimento preventivo delle autorizzazioni sulla rete di trasmissione nazionale. I tempi medi di permitting in Italia, tra i 18 mesi e oltre 3 anni per l'avvio dei cantieri, restano un ostacolo che nessuna strategia sulla sovranità digitale può ignorare.
A livello europeo, il pacchetto sulla sovranità tecnologica presentato dalla Commissione lo scorso 3 giugno prova ad affrontare il nodo in modo integrato: il Cloud and AI Development Act punta a triplicare la capacità dei data center continentali in cinque-sette anni, ma il testo lascia in secondo piano la domanda più scomoda, cioè con quale energia alimentare questa espansione. La roadmap energetica che accompagna il pacchetto prova a rispondere integrando l'IA nella gestione delle reti, nella speranza di produrre efficienza e non solo nuovo consumo.
Ci sono anche segnali interessanti sul fronte hardware. Il progetto DARE, Digital Autonomy with RISC-V in Europe, coordinato dal Barcelona Supercomputing Center e finanziato dall'impresa comune EuroHPC con fino a 120 milioni di euro, punta a sviluppare chiplet basati su architettura aperta capaci di un'ottimizzazione energetica calibrata sul carico specifico, invece di adattare hardware generalista a compiti per cui non è efficiente. È un esempio concreto di come sovranità hardware ed efficienza energetica possano nascere dallo stesso progetto, a patto che l'efficienza resti un criterio di valutazione esplicito e non un effetto collaterale.
Il punto, alla fine, è semplice da enunciare e complicato da realizzare: la sovranità digitale non è un tema tecnologico isolato, ma dipende in modo diretto da scelte di politica energetica di lungo periodo. Senza una capacità produttiva stabile, diversificata e competitiva, senza tempi di permitting compatibili con la velocità del settore, e senza un vincolo esplicito tra nuova capacità di calcolo e nuova capacità rinnovabile accompagnata da stoccaggio, l'Italia rischia di continuare a discutere di autonomia tecnologica mentre resta, di fatto, dipendente da chi l'energia sa produrla e distribuirla meglio.
