La Cina valuta restrizioni sull'export dei propri modelli di intelligenza artificiale più avanzati

Pechino starebbe considerando un giro di vite sull'accesso dall'estero ai propri sistemi di intelligenza artificiale più avanzati, in quello che rappresenterebbe un capovolgimento significativo rispetto alla strategia seguita finora dalle aziende tecnologiche cinesi. Secondo quanto riportato da fonti giornalistiche internazionali, il Ministero del Commercio cinese avrebbe condotto nell'ultimo mese incontri con i principali sviluppatori del paese, tra cui Alibaba, ByteDance e la startup Z.ai, per discutere possibili limitazioni alla distribuzione oltreconfine dei modelli più sofisticati.

Ciò che colpisce, in questa vicenda, è l'ampiezza delle misure allo studio. Non si tratterebbe soltanto di un divieto di esportazione in senso classico, ma di un intervento che potrebbe coinvolgere anche i modelli open-weight, ovvero quei sistemi scaricabili liberamente che negli ultimi anni hanno reso l'intelligenza artificiale cinese estremamente popolare a livello globale. Prodotti come Qwen di Alibaba, Doubao di ByteDance e GLM-5.2 di Z.ai rientrerebbero tra i sistemi potenzialmente interessati da un simile regime. Tra le ipotesi allo studio figurerebbe anche l'introduzione di un sistema di classificazione a livelli, in base al quale i modelli meno avanzati e open-source resterebbero liberamente accessibili, mentre quelli di punta, incluse le versioni non ancora rilasciate, sarebbero riservati esclusivamente all'uso domestico o sottoposti a rigidi controlli di sicurezza. Si starebbe inoltre valutando di equiparare la sottrazione o la fuga di tecnologie AI proprietarie a un reato contro la sicurezza nazionale, così come nuovi limiti sugli investitori stranieri autorizzati a finanziare le startup del settore.

Le motivazioni dietro questa svolta appaiono duplici. Da un lato, Pechino sembra sempre più orientata a trattare l'intelligenza artificiale di frontiera come un asset strategico nazionale, in una dinamica speculare a quella già intrapresa da Washington con i controlli sull'esportazione di chip e, più recentemente, con le restrizioni imposte ai modelli più avanzati di Anthropic. Dall'altro lato, emergerebbe una preoccupazione più specifica legata proprio a quei provvedimenti statunitensi: secondo alcune fonti, funzionari cinesi temerebbero che strumenti di cybersicurezza offensiva come Mythos, il modello di Anthropic la cui distribuzione resta limitata a un ristretto numero di organizzazioni fidate dopo le vicende di giugno, possano essere impiegati per individuare vulnerabilità nei sistemi digitali cinesi. Non a caso, figure di rilievo nel settore della cybersicurezza cinese avrebbero già invocato lo sviluppo di una capacità equivalente a livello nazionale.

Il quadro si inserisce in un contesto più ampio di crescente attrito tecnologico tra le due potenze, che negli ultimi mesi ha visto anche episodi di tensione diretta tra le aziende coinvolte, incluse accuse reciproche di appropriazione indebita di tecnologie proprietarie tra i due ecosistemi. Va sottolineato che, al momento, nessuna decisione risulterebbe definitiva: le fonti concordano nel descrivere le discussioni come ancora in corso, con un perimetro applicativo e una tempistica di attuazione tutt'altro che chiari, e la possibilità che le eventuali restrizioni riguardino soltanto le future generazioni di modelli.

Se le misure allo studio dovessero effettivamente concretizzarsi, le conseguenze per l'ecosistema globale dell'intelligenza artificiale non sarebbero trascurabili. Negli ultimi due anni, i modelli cinesi hanno guadagnato una diffusione internazionale considerevole, offrendo prestazioni competitive a costi nettamente inferiori rispetto ai concorrenti occidentali: una dinamica che ha reso sistemi come Qwen e Doubao un'opzione sempre più praticata da sviluppatori e aziende di tutto il mondo, anche come alternativa di costo o come capacità di riserva. Un'eventuale stretta rischierebbe di ridisegnare questi equilibri, spingendo il mercato globale verso una maggiore frammentazione lungo linee geopolitiche, in un momento in cui l'accesso alle tecnologie più avanzate sembra dipendere sempre meno da fattori puramente tecnici e sempre più da considerazioni di sicurezza nazionale.

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