Secondo le indiscrezioni circolate negli ultimi giorni - riportate dall'analista Ming-Chi Kuo, uno dei più affidabili del settore quando si tratta di supply chain asiatica - OpenAI starebbe accelerando lo sviluppo del suo primo smartphone. Non un telefono qualunque: un dispositivo pensato fin dall'origine per funzionare senza app, affidandosi a un agente AI sempre attivo. La produzione di massa potrebbe partire già nella prima metà del 2027.
La notizia ha fatto muovere le borse: le azioni di Qualcomm sono salite del 13% nel giro di poche ore dalla pubblicazione del report. Segno che i mercati ci credono, o almeno ci scommettono.
Niente app. Solo agenti.
Il punto che distingue questo progetto da qualsiasi altro smartphone in commercio è la filosofia di fondo: nessun ecosistema di applicazioni tradizionale. Al loro posto, agenti AI in grado di capire il contesto dell'utente e portare a termine compiti in modo autonomo.
L'idea non è nuova in teoria, ma nessuno l'ha mai trasformata in hardware dedicato su scala globale. Kuo la spiega così: gli utenti non vogliono aprire una pila di app, vogliono fare cose. Prenotare un volo, rispondere a una mail, trovare un ristorante - tutto gestito da un agente che conosce già il tuo contesto, la tua posizione, le tue abitudini.
Questo implica che il dispositivo debba essere "sempre sveglio" a un livello diverso rispetto agli smartphone attuali. Non in ascolto passivo come un assistente vocale, ma in lettura continua dello stato reale dell'utente: dove sei, cosa stai facendo, con chi stai parlando.
Il progetto tecnico, quello che sappiamo
La catena di fornitura è già abbastanza definita, almeno nei contorni. MediaTek sembra in pole position per la fornitura del processore, con un chip custom basato sul Dimensity 9600, prodotto da TSMC con il processo N2P - lo stesso usato per i chip più avanzati del 2026. Qualcomm è coinvolta, ma in un ruolo secondario rispetto alle prime indiscrezioni.
La produzione fisica del dispositivo sarebbe affidata a Luxshare, azienda cinese già partner di Apple per AirPods e componenti Apple Watch. L'architettura interna includerebbe una doppia NPU per gestire in parallelo i carichi AI più leggeri (on-device) e quelli complessi (cloud), con RAM LPDDR6 e storage UFS 5.0 per ridurre i colli di bottiglia nella gestione della memoria.
Le proiezioni parlano di circa 30 milioni di unità tra il 2027 e il 2028.
Perché adesso? La risposta è in due parole: IPO e concorrenza.
Kuo non lo dice in modo diplomatico, e ha ragione a non farlo. Tra le motivazioni che starebbero spingendo OpenAI ad accelerare ci sono due fattori molto concreti: la prospettiva di una quotazione in borsa entro fine anno - e un prodotto hardware fisico rende la storia agli investitori molto più solida di un abbonamento software - e la pressione crescente della concorrenza nel segmento dei dispositivi AI.
Amazon sta lavorando a un suo smartphone con nome in codice "Transformer". Apple continua a integrare AI sempre più profonda nei propri device. Google ha l'ecosistema Android e sta spingendo su Gemini embedded. Se OpenAI aspetta, rischia di arrivare a un mercato già definito dagli altri.
La domanda che nessuno fa ancora abbastanza
Tutto questo è tecnicamente affascinante. Ma c'è una questione che merita di stare in primo piano, e che nei comunicati stampa tende a sparire tra le specifiche tecniche.
Un dispositivo progettato per "catturare il pieno stato reale dell'utente in tempo reale" - come lo definisce Kuo citando le linee guida del progetto - è, nella sostanza, un sistema di raccolta dati permanente. Posizione, attività, comunicazioni, comportamenti. Non per usi malevoli, intendiamoci: l'obiettivo dichiarato è rendere l'AI più utile. Ma la differenza tra un'app di ChatGPT sul tuo telefono e uno smartphone OpenAI non è solo tecnica: è strutturale.
Con un'app, OpenAI vede quello che fai dentro quell'app. Con un telefono proprio, vede tutto.
Sam Altman lo ha detto esplicitamente mesi fa, descrivendo la visione del dispositivo come qualcosa in grado di "conoscere tutto quello che hai mai pensato, letto, detto". L'ha presentato come un aspetto positivo - e per certi utilizzi lo è. Ma è anche la descrizione di un livello di accesso ai dati personali che nessun'altra azienda ha mai avuto su un dispositivo di massa.
Cosa aspettarsi
Siamo ancora in fase di indiscrezioni e analisi supply chain, non di annunci ufficiali. OpenAI non ha confermato nulla. I tempi potrebbero slittare, i partner cambiare, la filosofia del prodotto evolvere.
Ma la direzione è chiara. L'era in cui le aziende AI si accontentano di vivere dentro l'hardware di Apple e Google sta finendo. OpenAI vuole il contatto diretto con l'utente, senza intermediari. Vuole il dispositivo, non solo l'app.