Un accordo da quasi diciotto miliardi di dollari fa notizia per la cifra, ma la parte interessante è un'altra. Con il patteggiamento che ha chiuso il processo di Oakland, Meta non si è limitata a pagare, si è impegnata a cambiare il modo in cui Facebook e Instagram funzionano per gli utenti minorenni. È la prima volta che obblighi di questo tipo entrano in un accordo giudiziario americano invece che in una legge, e questo apre almeno cinque partite diverse.
La prima riguarda l'esperienza quotidiana dei ragazzi. Sulle app arriveranno un limite giornaliero predefinito di circa due ore, un blocco notturno tra mezzanotte e le sei del mattino, lo stop alle notifiche durante l'orario scolastico, promemoria che compaiono dopo ogni quindici minuti di uso continuato, verifiche dell'età più solide e nuovi strumenti per i genitori. Sono previsti anche interventi su funzioni considerate psicologicamente pesanti, come la visibilità dei like sui propri post e i filtri che simulano trucco o chirurgia estetica. Formalmente questi obblighi valgono negli Stati Uniti, ma chi conosce il settore sa che mantenere due architetture diverse costa, quando una piattaforma cambia il proprio impianto di default per il mercato americano, quasi sempre finisce per esportarlo altrove. Vale la pena però ricordare che sono impostazioni predefinite, non muri, la vera incognita è quanto saranno aggirabili, perché un adolescente che vuole fingere di avere diciannove anni normalmente ci riesce.
La seconda partita è quella che Meta ha aperto contro i concorrenti. Circa il trenta per cento della somma, poco più di cinque miliardi, resta congelato: verrà versato agli Stati solo se YouTube e TikTok adotteranno misure equivalenti, con limiti giornalieri, modalità notturna e verifica dell'età, e metteranno a loro volta sul piatto cifre corrispondenti. Metà del bonus è legato a una piattaforma, metà all'altra. È una mossa astuta. Meta trasforma il proprio impegno in un possibile standard di settore e mette gli altri davanti a una scelta scomoda: adeguarsi, oppure comparire pubblicamente come quelli che hanno impedito agli Stati di incassare la seconda tranche. Al momento le due aziende non hanno risposto pubblicamente.
La terza riguarda la verifica dell'età, ed è quella che dovrebbe interessare di più chi si occupa di privacy. Meta ha fatto sapere che continuerà a spingere per leggi che spostino il controllo sugli app store, chiedendo cioè che siano Apple e Google a verificare l'età e a raccogliere il consenso dei genitori prima che un ragazzo scarichi un'applicazione. Sulla carta è più efficiente, un unico controllo invece che infiniti. Nella pratica significa costruire un'infrastruttura di identificazione che riguarda tutti, non solo i minori, perché per sapere che un utente ha sedici anni bisogna in qualche modo verificare anche chi ne ha quaranta. È lo stesso nodo che sta emergendo in Europa e nei Paesi che hanno introdotto limiti di età per l'accesso ai social. Chi conserva quei dati, per quanto tempo e con quali garanzie sono domande ancora largamente senza risposta.
La quarta partita è la sorveglianza dell'accordo. L'intesa prevede un revisore indipendente che verificherà il rispetto degli impegni e riferirà agli Stati una volta l'anno per cinque anni, oltre alla creazione di una fondazione indipendente per la ricerca sui social. Questo secondo punto è meno appariscente ma potenzialmente più incisivo del primo. Uno dei problemi storici di questo campo è che i dati sugli effetti delle piattaforme sono in mano alle piattaforme stesse, e i ricercatori esterni lavorano quasi sempre al buio. Se la fondazione avrà accesso reale ai dati, il dibattito sul rapporto tra social e benessere dei ragazzi potrà finalmente basarsi su qualcosa di più solido delle correlazioni.
La quinta partita è giudiziaria e non è affatto chiusa. L'accordo va approvato dal giudice e non copre le centinaia di cause avviate da singoli, famiglie e distretti scolastici, che restano in piedi anche contro le altre piattaforme e alcune delle quali arriveranno in aula nei prossimi mesi. Meta arriva a questo appuntamento dopo aver già perso due partite quest'anno: una condanna in New Mexico e un verdetto in California che ha coinvolto anche YouTube. Gli avvocati dei ricorrenti hanno fatto sapere che intendono proseguire. Il patteggiamento con gli Stati, però, cambia lo sfondo di tutte queste cause, sarà molto più difficile sostenere in aula che certi accorgimenti fossero impraticabili, dopo che l'azienda si è impegnata a implementarli entro pochi mesi.
Infine, cosa non cambia. Nell'accordo non c'è alcuna ammissione di colpa, e questo non è un dettaglio formale, significa che non si crea un accertamento giudiziale sul fatto che quelle piattaforme siano state progettate per creare dipendenza. Non cambia il modello economico, che resta fondato sull'attenzione e sulla pubblicità. E la cifra, per quanto imponente in valore assoluto, è distribuita su dieci anni e resta gestibile per un'azienda delle dimensioni di Meta, tanto che il titolo è salito subito dopo l'annuncio. È il segnale più eloquente di tutti: il mercato ha letto l'accordo non come una punizione, ma come la rimozione di un rischio molto più grande.