Secondo Cupertino, le autorità europee non avrebbero accettato, nei mesi scorsi, nessuna delle soluzioni proposte per portare Siri AI in Europa garantendo al tempo stesso l'interoperabilità con assistenti vocali concorrenti. Apple aveva messo sul tavolo un meccanismo denominato Trusted System Agent, accompagnato da una finestra di implementazione graduale di diciotto mesi. Craig Federighi, responsabile dell'ingegneria software dell'azienda, ha parlato di profonda delusione per gli utenti europei, sottolineando che l'interpretazione delle regole del Dma da parte della Commissione costringerebbe Apple a concedere a qualsiasi assistente terzo un accesso troppo ampio a messaggi, file, foto e dati personali presenti sul dispositivo.
La replica di Bruxelles non si è fatta attendere. Il portavoce della Commissione per il digitale, Thomas Regnier, ha dichiarato che nulla, nel Digital Markets Act, impedisce ad Apple di lanciare nuovi prodotti nell'Unione Europea, e che la decisione di non distribuire Siri AI è esclusivamente dell'azienda. Secondo la Commissione, Apple non avrebbe mai presentato vere soluzioni tecniche conformi agli standard europei di privacy e sicurezza, ma una richiesta di esenzione generale dagli obblighi di interoperabilità, opzione che il regolamento semplicemente non prevede. Una richiesta di deroga, non una proposta di conformità: questa, in sintesi, la lettura di Bruxelles.
Chi segue le vicende europee di Apple avrà avuto una sensazione di déjà vu. Già nel giugno 2024, in occasione del lancio di iOS 18, Apple aveva ritardato in Europa l'arrivo di Apple Intelligence, di iPhone Mirroring e di SharePlay Screen Sharing, citando le stesse preoccupazioni legate al Dma. Quello che cambia, questa volta, è il tono: uno scontro pubblico fatto di comunicati ufficiali, dichiarazioni dei dirigenti e una replica altrettanto diretta della Commissione, in un clima dove il dibattito sulle politiche tecnologiche europee sta uscendo sempre più dalla bolla di Bruxelles per arrivare all'opinione pubblica.
Un elemento spesso trascurato, ma che vale la pena evidenziare in un'analisi più approfondita: le versioni di Siri AI per macOS e visionOS proseguono normalmente anche in territorio europeo. Questo suggerisce che il problema non sia Siri AI in sé, né un'incompatibilità di fondo tra l'intelligenza artificiale di Apple e la normativa europea sulla privacy, ma specificamente gli obblighi di interoperabilità che il Dma impone su iOS e iPadOS, le piattaforme dove Apple è stata designata come gatekeeper.
Il caso Siri AI assume un significato che va oltre Apple. La rigidità mostrata dalla Commissione, che non sembra disposta a concedere periodi di grazia a chi propone percorsi di conformità graduale invece di soluzioni sostanziali, è un segnale che riguarda anche gli altri gatekeeper designati dal Digital Markets Act, da Google a Meta ad Amazon. In un momento storico in cui l'intelligenza artificiale generativa diventa il terreno di scontro principale tra Big Tech e regolatori, il modo in cui si risolverà, o non si risolverà, il caso Apple potrebbe definire lo standard di riferimento per come l'Ue intende gestire l'integrazione dell'AI nelle piattaforme dominanti.
Nell'immediato, gli utenti europei di iPhone e iPad continueranno a usare la Siri attuale, priva delle funzioni avanzate basate su Apple Intelligence, mentre il resto del mondo riceverà l'assistente rinnovato con il rilascio di iOS 27. Apple ha lasciato intendere di sperare in una soluzione futura, ma al momento non esiste una tempistica, né segnali concreti di un possibile accordo a breve termine. Per l'Europa, che si trova spesso a essere l'ultima, o l'unica, a non ricevere certe funzioni, la vicenda Siri AI rischia di diventare l'ennesimo capitolo di un dibattito più ampio: quello sul prezzo, in termini di innovazione disponibile, della regolamentazione digitale europea, e su chi debba effettivamente pagarlo.