C'è una frase, all'interno dell'articolo del settimanale francese che ha messo l'Italia al quindicesimo posto tra i servizi segreti europei, che vale più di tutta la classifica. La pronuncia un ex direttore di un servizio del Benelux e dice, in sostanza, che se vuoi sapere cosa succede in Libia devi chiedere agli italiani. È un riconoscimento enorme, e arriva proprio da chi ci ha dato un voto basso. Significa che proprio nell'area più delicata per la sicurezza europea, quella in cui si addensano i flussi migratori, le rotte energetiche, il terrorismo che viene dal Sahel e le partite di potenza tra Russia, Turchia e Cina, l'Italia ha informazioni che gli altri non hanno. E quelle cose non si comprano e non si improvvisano: sono il risultato di decenni di rapporti costruiti sul campo, di conoscenza del territorio, di persone che parlano la lingua e capiscono il contesto. Nessun servizio europeo può sostituirci lì. Non è una posizione in classifica, ma un vantaggio strategico.
Poi c'è un secondo dato, e per capirlo bisogna guardare a cosa non è successo. Tra il 2015 e il 2017 l'Europa è stata colpita da una serie di attentati di massa: Parigi, Bruxelles, Nizza, Manchester, Londra, Berlino, Barcellona. Paesi con servizi collocati ai primi posti di quella stessa classifica. L'Italia, che si trova sulla rotta più esposta del Mediterraneo, che ospita il Vaticano e alcuni degli obiettivi simbolici più evidenti del mondo occidentale, non ha subito nulla di paragonabile. Credete sia frutto della fortuna? Nello stesso periodo l'Italia ha lavorato con uno strumento che altri hanno usato molto meno: l'espulsione preventiva di soggetti considerati pericolosi. Secondo i dati del Ministero dell'Interno, dal gennaio 2015 in poi si contano centinaia di provvedimenti di questo tipo, e il ritmo è proseguito negli anni successivi. Dietro ogni espulsione c'è un lavoro informativo che nessuno racconterà mai nel dettaglio: individuazione, monitoraggio, valutazione del rischio, coordinamento tra intelligence e forze di polizia. Ecco un risultato che si può misurare davvero, ed è un risultato che pochissimi in Europa possono esibire.
Se vogliamo parlare di casi concreti, ce n'è uno che in pochi ricordano. Nel settembre 2004 il SISMI individuò a Beirut una cellula salafita che stava preparando un attentato contro l'ambasciata italiana: circa trecento chili di esplosivo caricati su un'auto destinata a piombare sulla sede diplomatica. Il lavoro fu costruito quasi interamente su fonti umane, senza droni o senza satelliti: gli agenti dei servizi documentarono i sopralluoghi effettuati davanti all'ambasciata, ricostruirono la rete e arrivarono al capo operativo, Ahmad Mikati, latitante da anni e ricercato ben oltre i confini libanesi. L'operazione, condotta insieme alle autorità locali, portò all'arresto dell'intera cellula e al sequestro dell'esplosivo già acquistato, quando la preparazione era ormai in fase avanzata. Una sede diplomatica è territorio nazionale, se quell'auto fosse arrivata a destinazione, oggi parleremmo di una delle stragi più gravi della storia repubblicana. Ai tempi è stata definita come l'undici settembre italiano mancato. E il dettaglio più significativo è proprio questo: quell'operazione non ha prodotto un film, un documentario né una campagna di comunicazione. È rimasta una notizia di due giorni, dimenticata a breve. È esattamente il tipo di risultato che nessuna classifica costruita sulle opinioni potrà mai registrare.
Il modello italiano ha una caratteristica che spesso viene scambiata per debolezza ed è invece una scelta precisa: si interviene prima. Altrove si preferisce lasciar correre per raccogliere più informazioni possibili da utilizzare per colpire più tardi. Da noi si tende a togliere di mezzo il problema quando è ancora in fase embrionale. È una strategia meno cinematografica, che non produce grandi operazioni da raccontare ai giornali, ma che ha tenuto il Paese fuori dalla stagione peggiore del terrorismo europeo. Chi giudica un servizio dai titoli che ha conquistato sta usando il criterio sbagliato: nell'intelligence il lavoro riuscito è invisibile per definizione, e un Paese in cui non succede niente è quasi sempre un Paese in cui qualcuno ha lavorato bene.
Anche l'accusa che pesa di più, quella secondo cui in Italia mancherebbe una cultura dell'intelligence, non regge alla prova dei fatti. La legge del 2007 ha riscritto per intero l'architettura del sistema: ha separato con chiarezza i compiti dell'agenzia che si occupa dell'estero da quelli dell'agenzia che si occupa dell'interno, ha creato una struttura di coordinamento alle dipendenze della Presidenza del Consiglio e ha rafforzato il controllo del Parlamento attraverso il comitato che vigila sui servizi. Da allora il comparto pubblica ogni anno una relazione dettagliata, discussa e commentata pubblicamente, che in molti Paesi europei semplicemente non esiste in forma paragonabile alla nostra. Nel frattempo sono nate una scuola di formazione dedicata, una collaborazione stabile con le università e un'agenzia nazionale per la cybersicurezza che oggi si posiziona tra le strutture di riferimento in Europa. Chiamare tutto questo assenza di cultura dell'intelligence significa non aver guardato a dovere.
Le altre accuse sono ancora più fragili. L'episodio dei documenti falsi sull'uranio nigerino, tirato in ballo per spiegare la diffidenza francese, risale a oltre vent'anni fa: è precedente alla riforma, a due generazioni di dirigenti e a un intero cambiamento della minaccia. Usarlo per descrivere il comparto di oggi è come giudicare la sicurezza informatica di una banca sulla base di un incidente avvenuto quando i telefoni avevano ancora i tasti. Quanto ai riferimenti a nepotismo e interferenze, restano affermazioni anonime, generiche, prive di alcun elemento verificabile. In qualsiasi analisi che si rispetti, una fonte anonima che formula un giudizio senza portare un caso concreto viene classificata come opinione, non come prova.
Vale la pena guardare anche la classifica in sé, e su questo punto merita di essere ripreso quanto ha scritto su Formiche Antonio Teti, docente all'Università di Chieti-Pescara, in un intervento pubblicato pochi giorni dopo l'uscita della graduatoria. Teti osserva che l'intelligence non è uno sport olimpico e che non esistono cronometri o statistiche pubbliche capaci di stabilire quale servizio sia migliore di un altro, perché la parte decisiva del lavoro resta per definizione fuori da qualunque parametro accessibile. È un'obiezione che condivido e a cui aggiungerei un rilievo più tecnico. Non è uno studio: è un sondaggio in cui una sessantina di persone hanno dato un voto ai colleghi degli altri Paesi. Non sappiamo chi siano, quanti conoscessero davvero l'Italia, quale scala di valutazione avessero davanti, se i voti fossero pesati in qualche modo. Sappiamo solo che il nostro Paese ha ottenuto nove punti e che altri due Paesi hanno ottenuto esattamente lo stesso punteggio. Ed è qui che il meccanismo si vede bene: in cima la classifica assegna 251 punti al servizio britannico e 169 a quello francese, distanze enormi, mentre in fondo tutto si comprime in una manciata di punti. Con nove punti su sessanta votanti, due o tre preferenze in più o in meno spostano di cinque posizioni. La coda della graduatoria non misura differenze reali: le fabbrica. Chiedere poi a professionisti dell'intelligence di valutare i servizi stranieri significa chiedere un parere a persone che, per mestiere, sono in competizione con l'oggetto del giudizio. È un materiale interessante da leggere, non una misurazione da citare come se fosse un dato attendibile.
Resta un ultimo argomento, ed è forse il più solido di tutti. Nell'intelligence la fiducia non si concede per gentilezza: si concede a chi si è dimostrato affidabile. L'Italia siede da sempre nei tavoli di cooperazione della NATO e dell'Unione europea, riceve e condivide informazioni sensibili, viene coinvolta nei dossier più delicati del Mediterraneo e del Nord Africa. Chi lavora in questo settore sa perfettamente che a un partner considerato inaffidabile non si passa nulla di importante, e che la selezione avviene in silenzio, senza comunicati. Se il nostro comparto fosse davvero il dilettante descritto da quell'articolo, sarebbe già stato tagliato fuori da tempo. Non è successo, e continua a non succedere.
L'unico appunto che si può muovere all'intelligence italiana riguarda semmai lo storytelling. Il nostro comparto ha scelto storicamente la strada della sobrietà quasi assoluta: parla poco, non rivendica i successi, non costruisce la propria immagine pubblica come fanno gli anglosassoni con i documenti resi accessibili, i film e le interviste. È una scelta di stile che nel merito è la più professionale possibile, perché nel loro mestiere il silenzio è una forma di sicurezza. Ma ha un prezzo: lascia il campo libero a chi vuole descrivere gli italiani come quelli che non capiscono niente. La classifica pubblicata a Parigi è esattamente questo, un racconto. E i racconti si smontano guardando i fatti: nessun attentato di massa in uno dei Paesi più esposti d'Europa, una competenza sul Mediterraneo che i concorrenti stessi ammettono di non avere, un sistema riformato e sotto controllo parlamentare, e la fiducia quotidiana dei partner più importanti. Nove punti su una scala inventata da qualcun altro non raccontano niente di tutto questo.
Mi sembrava doveroso pubblicare queste righe per tutti coloro che ogni giorno rischiano la propria vita fuori dai confini nazionali, senza fama né gloria, per proteggere la propria nazione. Vedersi liquidare così, da una classifica senza metodo e senza fonti verificabili, è un torto che valeva la pena raccontare.
Le informazioni sulla classifica e sulle dichiarazioni citate provengono da quanto pubblicato dal settimanale francese che ha realizzato il sondaggio e dalla ripresa della stampa italiana. Le osservazioni di Antonio Teti sono tratte dal suo intervento pubblicato su Formiche. I dati sui provvedimenti di espulsione per motivi di sicurezza provengono da comunicazioni del Ministero dell'Interno.