Il 12 agosto 2026, alla Casa Blu di Seul, il presidente Lee Jae-myung ha presentato un piano che il governo coreano chiama "7 SEED". Sono sette settori dichiarati motori della crescita futura del Paese: reattori nucleari modulari, fusione, rinnovabili di rottura, quantistica, spazio e aeronautica, biotecnologie avanzate, materiali e componenti critici. L'obiettivo dichiarato è arrivare a una posizione di leadership mondiale in ciascuno di questi campi nell'arco di dieci o vent'anni. Nella parte quantistica c'è un traguardo preciso: un processore da 100 qubit, prodotto in Corea, entro il 2029.
Detta così sembra una notizia modesta. Cento qubit è un numero che diverse aziende private hanno superato da tempo, e la corsa mediatica si è ormai spostata su cifre molto più grandi. Ma nel comunicato coreano ci sono due parole che cambiano completamente il significato dell'annuncio, e che nei titoli si perdono quasi sempre: il processore deve essere nazionale e deve avere la correzione d'errore.
La seconda parola è quella tecnicamente decisiva. Un qubit è un oggetto fragile: perde le informazioni che contiene per effetto di vibrazioni, calore, campi elettromagnetici, in tempi che si misurano in microsecondi. Per questo i numeri che leggiamo nei comunicati stampa non sono confrontabili tra loro. Cento qubit grezzi, che sbagliano continuamente, servono soprattutto a fare ricerca sui qubit. Cento qubit con correzione d'errore, cioè capaci di accorgersi degli errori e di rimediarvi mentre il calcolo procede, sono un'altra macchina e un altro problema ingegneristico. Il piano coreano parla anche di sviluppare l'intero stack, dai chip ai dispositivi di controllo fino al software che li fa funzionare: è la differenza tra avere un computer quantistico e saperlo costruire.
La prima parola, invece, è quella politicamente decisiva. La Corea del Sud un sistema da 100 qubit lo sta già ricevendo: è una macchina americana a ioni intrappolati, destinata all'istituto nazionale di ricerca sull'informazione scientifica e tecnologica, dove verrà integrata nel principale supercomputer del Paese per creare un ambiente di calcolo ibrido. Nel frattempo i laboratori nazionali coreani lavorano su sistemi superconduttivi di taglia molto più piccola, nell'ordine dei venti qubit. Il piano annunciato ad agosto serve a colmare esattamente questa distanza: smettere di comprare la macchina e iniziare a produrla.
Ed è qui che il piano diventa realmente coreano. Il governo ha annunciato la creazione di una "K-Quantum Foundry", una società veicolo costruita attorno ai grandi produttori di semiconduttori nazionali, con l'obiettivo di arrivare entro il 2035 a essere il primo Paese al mondo per capacità di produzione di chip quantistici. Non è una scelta casuale. La Corea del Sud non è oggi in testa nella ricerca quantistica, ma ha una delle filiere di manifattura di semiconduttori più avanzate del pianeta. Sta cioè provando a spostare la competizione su un terreno dove è già forte: non chi progetta il chip quantistico migliore, ma chi sarà in grado di fabbricarlo su scala industriale per tutti gli altri. È la stessa logica che ha reso Taiwan indispensabile nell'elettronica tradizionale.
Vale la pena aggiungere una precisazione, perché quando si parla di quantistica e sicurezza il salto viene fatto in fretta. Cento qubit corretti nel 2029 non sono la macchina che romperà la crittografia che protegge oggi banche e comunicazioni: per quel risultato servono ordini di grandezza in più. Il rischio vero, per chi si occupa di sicurezza, non è il calendario coreano. È che la capacità di fabbricare hardware quantistico si concentri in pochissime mani, esattamente come è successo con i chip su cui gira l'intelligenza artificiale. Su questo l'Europa, che pure ha annunciato piani ambiziosi, continua ad avere il problema opposto rispetto a Seul: buona ricerca, filiera industriale da costruire.